Ritorno all’asilo

Paul Wolscht è un 52enne inglese che ha rilasciato un’intervista al sito The Daily Xtra ed ha raccontato la propria storia nel documentario realizzato dal Transgender Project. La sua storia è quella di un uomo sposato e padre di famiglia che, a 46 anni, è uscito allo scoperto per svelare al mondo la sua vera vita ed ha iniziato un percorso di transgenderismo. Ha deciso di farsi chiamare Stefonknee ed ha cominciato a vestirsi da donna, anzi, da bambina.

Con il suo vocione maschile, le braccia possenti, il corpo un po’ in sovrappeso e un’improbabile acconciatura con frangetta, si è presentato negli studi televisivi per affermare che lui non si sente più uomo, ma bambina, che vuole solo giocare con la nipotina, colorare, fare cose da bambini: insomma, ha inaugurato un nuovo disturbo, il transage. Altro che sindrome di Peter Pan da eterno fanciullo! Altro che infantilismo mammone, altro che il bamboccione italiano che a trent’anni ancora vive con mamma!

La cosa più agghiacciante della storia è la foto che lo ritrae sorridente tra i suoi anziani genitori, anch’essi con viso lieto: evidentemente la follia è ereditaria o, per lo meno, contagiosa. Infatti mi sembra che l’emergenza più grave in questo frangente sia quella di chiamare le cose col loro nome, senza tanti giri di parole, senza sofismi ed equilibrismi politically correct: quest’uomo ha dei gravi problemi psicologici, un disturbo di identità profondo, che non lo riconcilia con se stesso in nessun modo, né nel sesso, né nell’età.

E’ davvero incredibile la nonchalance con cui l’intervistatore incassa le risposte surreali di Paul con vestitino a fiori, senza un cenno di disapprovazione, nemmeno di sorpresa. Solo patetica commozione e condivisione, per la difficoltà di sostenere un cammino così controcorrente.
Ma ciò che è non sempre coincide con ciò che vorremmo, questa è la quotidiana esperienza che ogni persona fa, e non è un dramma far aderire se stessi alla realtà, anche se a volte è doloroso e faticoso. Il vero dramma è negare il dato di realtà, rifiutarsi di guardare le cose come sono, precludendosi in questo modo ogni possibilità di crescita personale e, come in questo caso estremo, di guarigione.

La disforia di genere è un disturbo mentale e non sarà una votazione a maggioranza in un consesso di psicologi a decretare la normalità della condizione di chi rifiuta se stesso. Se davvero ogni desiderio avulso dal reale ha dignità di esistenza, allora anche un cittadino che si sente appartenente ad un’altra nazionalità ha diritto alla cittadinanza, un peso massimo che si sente leggero ha diritto a gareggiare coi pesi piuma, un vedente che si sente cieco ha diritto alla pensione di invalidità.

Essere se stessi, espressione molto in voga, usata come passepartout per ogni oscenità in ogni contesto, finisce per essere il grimaldello con cui il bene comune viene sbriciolato in mille rivoli di egoismo egocentrico, fuori dai binari della comunità e, soprattutto, fuori dalla realtà.

Diceva Parmenide (e lo insegnavano in filosofia alle superiori, ai miei tempi) che l’essere è e il non essere non è. Frase lapalissiana, talmente semplice da sembrare scontata a noi ragazzi, da farci due risate su. E invece, in vent’anni, siamo arrivati al paradosso di mandare all’aria persino le evidenze più classiche. Il nuovo motto è “ciò che sento è, ciò che non sento non è”.

Mi è capitato di discutere sui social anche con persone intelligenti, che, ad una mia presentazione del pensiero di Kant, mi hanno ribattuto: solo perché lo pensate tu e Kant, non significa che sia vero. Quindi si è innescato un cortocircuito senza precedenti: basta che una persona pensi di se stesso qualcosa perché ciò assuma il carattere imposto di realtà, ma se l’evidenza o il ragionamento autorevole di tanti predecessori o anche l’opinione di maggioranza della gente comune formula un pensiero, questo no, non è realtà. Vale tutto solo se questo tutto si declina in mille rivoli di singolarità sciolte da ogni connessione, se si tratta di egoismi solitari, se non esiste una comunità a sostegno, un buon senso a supporto, un’appartenenza ad un consesso di simili che tracci i caratteri fondamentali in modo chiaro. Per dirla con una metafora, è come se l’umanità fosse stata condotta in un bosco, come tanti Pollicino, è lì abbandonata per ritrovare la strada di casa o disperdersi nel buio e morire di fame. I capi di questa comitiva invitano ciascuno ad andare dove vuole, basta che ognuno prenda una strada che vale solo per sé. Vietato mettersi insieme, vietato correggersi a vicenda, sostenersi, aiutarsi, condursi vicendevolmente. Così il numero di coloro che non ritroveranno la strada verso la civiltà si farà alto, sempre più alto.

Mi dispiace davvero per Paul, che non ha trovato il dovuto sostegno in nessuno della sua famiglia, ma solo melliflui sorrisi ad assecondare la sua follia. Disforia di genere, disforia di età, disforia di ogni tipo. Soprattutto direi disforia di umanità: non ci sentiamo più appartenenti al genere umano, ma prodotti biologici e tecnologici, senza spirito, né anima, né significato.

Trillian Written by:

Trillian è una giovane donna e una brillante astrofisica che Arthur Dent non riesce ad "abbordare" ad un party in un appartamento ad Islington. Arthur era sufficientemente certo che si trattasse di una giovane donna, ma all'epoca era totalmente ignaro delle sue nozioni accademiche. Trillian da l'impressione di essere timida e titubante e le fa piacere che chi le sta intorno lo creda, ma in fondo ha un profondo desiderio di fare qualcosa che salvi la galassia.

One Comment

  1. 14 dicembre 2015
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    In questa molto attuale danza tra la realtà per quello che è e la mia idea su di essa, questo ultimo caso introduce un nuovo punto, che sintetizzo male, con procedimento per assurdo, ma ci provo lo stesso: un domani quando accetteranno questa nuova condizione trans-age per cui io mi definisco da solo oltre che il sesso (come già capita, confermato dalla cassazione di qualche settimana fa) ma anche l’età (anche questo già capita, ma sovente è solo un luogo comune, soprattutto nelle donne). Quindi dovranno permettere/concedere a me, neo-bambino, di poter anche tornare all’asilo (o altra istituzione scolastica statale a seconda dell’età che preferisco) perché per l’età che mi son dato ne avrei diritto, anzi! sarei in alcuni casi anche “obbligato” (non a caso si chiama “scuola dell’~”). Se fin qui è tutto chiaro, mi chiedo ora cosa eviterà al prossimo pedofilo di fingersi “transage” per avvicinarsi alle sue prede… una legge forse?

    Un bell’esempio come applicare meccanicisticamente il “se non ritornerete come bambini…”.

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