Lettera aperta a Adinolfi e Volo

Parole grosse sono volate nella trasmissione radiofonica di Fabio Volo su Radio Deejay quando, al telefono con Mario Adinolfi, Fabio ha provato a spiegare che il Panda Po ha due padri, mentre Mario ribatteva che costruire certe immagini familiari nei cartoni animati è propaganda all’ideologia gender.
Volo è finito fuori dal seminato quando alla frase di Mario «Nessuno ha due papà» è esploso: «Ma che dici?! Troglodita! Sei malato! Vaffanculo! Fatti curare! Sei il marito di Costanza Miriano».

Caro Mario, caro Fabio, ho provato a non ascoltare la vostra telefonata, ho cercato in tutti i modi di non rimanere coinvolto nella vostra diatriba che mi pone davanti agli occhi una realtà, remota ma possibile, che mi fa male solo al pensiero.

Purtroppo non ci sono riuscito perché qualunque trasmissione, qualunque sito, molti amici e voi stessi sui social, avete pubblicizzato quello che a mio avviso è uno dei momenti di più basso livello mai ascoltati. Roba degna del peggior Cruciani, che dalla sua però ha il suo essere cinico dichiarato. Tranquilli, ne ho per tutti e due e se avrete il coraggio di andare fino in fondo a questo articolo probabilmente la prossima volta che nominerete la parola adozione, lo farete in modo più mite, sapendo di non sapere

Mario lo sa, ma Fabio no: io sono un genitore adottivo, anche. Dico anche perché io e mia moglie abbiamo aperto casa nostra fin dal primo giorno ai bambini degli altri. Che noi abbiamo trattato come nostri, ma che nostri non sono mai stati. E attenzione che nostro non ne indica il possesso, sia mai che qualche scellerato voglia fare il parallelo tra adottare e comprare un figlio.
Insomma io e mia moglie avevamo così tanto desiderio di essere genitori che abbiamo aderito a moltissime iniziative di accoglienza temporanea e anche di affido, prima di arrivare alla vera e propria adozione, dopo almeno tre anni di matrimonio, come la legge prevede.
In ognuna di queste occasioni non ci siamo comportati mai meno che da genitori, con l’aggiunta del livello massimo di difficoltà, quella che ti mette ogni giorno, ogni minuto, ogni istante davanti alla realtà, cioè davanti al fatto che se anche io mio sentivo padre, per loro non lo ero affatto. Almeno non automaticamente. E questo era assolutamente vero per i bimbi che abbiamo avuto in affido, ma è potenzialmente vero anche per i miei figli adottati.

Sì, caro Mario e caro Fabio, anche per quelli che la legge ha ridefinito miei figli, con un nuovo atto di nascita dove a Padre c’è scritto Filippo Fiani. Perché non è un foglio che fa un padre. Non è un certificato di nascita come non lo è una fattura saldata a suon di dollari. Come non lo è solo il legame biologico. E qui mi rivolgo a Mario, una delle rare volte che mi trovo leggermente in disaccordo con lui.
Un padre è veramente padre perché esiste una relazione con figlio che lo considera tale. E mi dispiace per tutti coloro che considerano identici ed intercambiabili i ruoli maschili e femminili, ma la mia esperienza mi dice che non è lo stesso con la madre, perché la relazione con la madre contempla una serie infinita di variabili, dalla gravidanza all’allattamento allo stesso senso di genitorialità percepito da una madre, che è diverso da quello del padre.

E quindi ecco la paura che ho ad ascoltare le vostre diatribe, le vostre sedie scagliate contro muri che non conoscete. Voi non sapete cosa significhi sentire tua figlia e tuo figlio, a tavola, di punto in bianco alzare la testa dal piatto e dirti: “Ma i miei genitori sono morti?”.
Voi riattaccate il telefono e girate pagina, uno mette un post sull’Europa e l’altro raccoglie la sedia e ricomincia il suo fiume di parole al microfono, ma noi rimaniamo lì, con il cucchiaio in mano, con la minestra che si fredda, con il cuore in gola, con un “E ora che gli dico?” in testa. E’ lì che tutte le teorie, tutte le lezioni che ci hanno fatto, i corsi seguiti, le chiacchierate con gli psicologi, ti accorgi che sbiadiscono, diventano tremolanti attraverso le lacrime. Non le riafferri. E tanto meno ti è facile impugnare e sbattere in faccia ad un figlio come una badilata di calce viva le teorie rispettabili che hai letto per prepararti a questo momento. Le vedi offuscarsi davanti ad una certezza: tuo figlio porta una ferita che non cancellerai nè applicando teorie, nè con tutto l’amore possibile. Il “gioco” sta nel dare un senso a questa ferita. A non permettere che gli neghi la felicità a cui tutti siamo chiamati, con la nostra storia, con le nostre storie, con la nostra vita.

E’ qui che mi rendo conto di quanto sia ingiusto ogni dibattito perché è ingiusto mettere i bambini nella condizione di doversi accontentare di altri due genitori. Perché, e chi lo nega mente, ogni genitore adottivo sa che la relazione di sentimento non è simmetrica. Lui è tuo figlio, ma per lui tu sei l’altro genitore. Non meglio, non peggio, ma semplicemente, storicamente, realmente, geneticamente, c’è stato altro. E ti potrà considerare il migliore, normale, potrà rinfacciarti di non avere diritti su di lui in adolescenza, potrà adorarti per averlo salvato, farà mille cose uguali ai figli naturali e mille cose diverse alle quali non sarai mai pronto.

Ecco perché non vi volevo ascoltare, non volevo sentire una storia che nel panorama delle mille storie può accadere. Che un giorno i miei figli vogliano cercare e trovino le loro origini. Possono, è un loro diritto e noi gli daremo tutte le informazioni in nostro possesso, che non sono molte, ma potrebbero essere sufficienti. Potrei trovarmi un giorno di fronte al padre naturale di mio figlio, che quel giorno potrebbe non considerarmi più padre come ha fatto fino ad allora. Perché ha ragione Mario a dire che il legame biologico, le origini, è scritto dentro di loro, altrimenti una bimba abbandonata in ospedale, adottata a 18 mesi, non si domanderebbe se i suoi genitori sono morti, se ne fregherebbe, giovandosi dell’amore e della protezione in cui vive. Invece no! Cerca di capire quale condizione di sofferenza e dolore sono all’origine del suo abbandono, perché si sente in qualche modo scartata ed ha bisogno intimamente di trovare una risposta che la assolva dalla colpa (che non ha, sia chiaro).
Anche Fabio ha ragione quando dice che il padre adottivo è comunque un padre, ma come al solito non si tiene conto del soggetto principale, primario attore dell’adozione, che è il bambino. E’ lui che ti considera padre. Tu puoi strepitare, urlare, lanciare scrivanie, mandare a quel paese tutti i cattolici (come me) che vuoi, che tanto non ascoltano Radio Deejay (io ho smesso quando avete iniziato a fare sociologia da 4 soldi), quindi puoi fare “bella figura” con il tuo pubblico spendendo poco, ma se tuo figlio non ti considera padre, puoi fare ben poco e se sei un genitore adottivo vero, coi controfiocchi, lo sai che non puoi mettere il piede di porco tra tuo figlio e le sue origini.

Noi ci siamo resi disponibili affinché dei bambini non dovessero crescere senza famiglia, alla fine dobbiamo ammettere che i nostri figli non ci hanno chiesto nulla e se per assurdo da grandi se ne andassero che cosa potremmo mai recriminare? I soldi del vitto e dell’alloggio? Un abbraccio? Dell’amore in cambio?
Dovremmo fare un braccio di ferro con gli eventuali genitori ritornati? E cosa metteremmo in campo? Quali armi? Vi renderete conto che non c’è altra strada che ritirarsi per il bene superiore e oserei dire supremo della persona che abbiamo accolto e amato.

Comunque anche io trovo qualcosa di grave in questa vicenda. Anzi trovo gravi un sacco di cose, la prima fra tutte che si stia parlando di un cartone animato. E’ grave sia che si dia una tale importanza a qualcosa di così “poco” da un punto di vista culturale, come è grave che si consideri “culturale” e pietra miliare dell’educazione dei bambini un cartone. Se è vero che è così, chiudiamo tutto perché come genitori e società abbiamo abdicato a favore del merchandising e delle follie del sig. Disney di turno.

E non voglio neanche arrivare a prendere in considerazione la frequenza con cui un figlio adottivo, con un solo genitore adottivo, ritrovi il padre naturale scopra che la madre è morta e si trovi a dover risolvere un conflitto tra gli adulti. Non mi interessa, può essere marginale quanto vuole, ma mi domando se Fabio si sia affezionato a questa particolare configurazione e basta o se si preoccupi della condizione di tutti i genitori adottivi, perché, se non lo sa, decine di migliaia di genitori adottivi in Italia ogni giorno combattono una lotta silenziosa anche senza che tutta la popolazione mondiale sia sensibilizzata su una cosa così improbabile. Non ho detto assurda, ho detto improbabile.
Per concludere dico una cosa al mio amico Mario, che spesso, anche in mia presenza, ha sottolineato l’eroicità dei genitori adottivi. Grazie Mario, ma anche se noi non ci consideriamo così eroici pensiamo comunque di portare con noi una certa esperienza, per questo la prossima volta che duro e puro avrai voglia di scagliarti contro una società che mentre si preoccupa in modo ossessivo delle singolarità, asfalta la normalità, ti chiedo di telefonarmi prima, il numero ce l’hai.

Filippo Fiani.

Pubblicato su La Croce del 17.03.2016

Arthur Dent Written by:

Sono un normale essere umano, un giovane che viene trascinato in giro per la galassia da un amico, rivelatosi un alieno in un momento quanto mai provvidenziale: infatti, pochi istanti prima che la Terra venga disintegrata per fare posto ad una superstrada spaziale, riesco a salvarmi facendomi dare un passaggio da un'astronave Vogon. Questo lungo giro per la galassia non mi cambierà nel profondo del mio animo, gentile e innocente, ma mi insegnerà almeno a sapere sempre dov'è il mio asciugamano.

2 Comments

  1. Sangeetha Bonaiti
    17 marzo 2016
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    Grazie mille. Hai saputo dire esattamente quel che volevo esprimere io riguardo alla cosa. Sono istintiva, lo so, ed alle urla di Adinolfi sul non si possono avere due padri, io figlia d’adozione mi sono incazzata! E ho risposto. Purtroppo la mia risposta non è stata capita come volevo. Ma tu con questa lettera bellissima che mi ha fatto piangere come una fontana hai aperto gli occhi a chi non voleva o riusciva a vedere! Grazie davvero. Sei un grandissimo papà!
    Ti mando una cosa che ho scritto e che tempi ha pubblicato a gennaio. È stato un passo di maturazione e consapevolezza di me.

    “La mia storia adottiva” di Sangeetha Bonaiti

    “C’era una volta, 31 anni fa circa, una donna curva sul suo dolore. Quel dolore inspiegabile che prova solo chi sente che il momento che il figlio che porta in grembo sta per nascere! Quella donna era mia madre…mi fece nascere in ospedale e poi morì. In India in quegli anni si moriva ancora per il parto. C’era una volta, circa un anno e mezzo dopo, una donna, italiana alla quale una telefonata dall’ India scombussoló la vita. Quella era mia mamma, la mia meravigliosa e unica mamma. C’era una volta, dopo circa trent’ anni, una donna, una madre di tre bambini meravigliosi! Tutti avevano soggiornato per nove mesi ciascuno nel suo grembo. E lì dentro era avvenuto il miracolo. E poi anche lei aveva provato quel dolore di chi sa che quei figli custoditi e curati dentro di lei sarebbero nati di lì a poco!. C’é ora una donna, moglie e madre che pensa ancora a come sarebbe stato incontrare e conoscere la sua madre indiana. Quella donna che l’ ha portata in grembo a l’ha data alla luce! A lei sará grata per sempre. E poi c’è sua mamma adottiva. La vita a quella grande donna ha chiesto pazienza e fede. Si sposa. Desiderano dei figli e dopo 6 anni i figli ancora non arrivano. Niente! Nisba! Nada! Dolore, frustrazione, solitudine. Ma una luce, un amico comune che li sostiene e propone loro un cammino. “Non si adotta un figlio per una mancanza che vivete, ma per una sovrabbondanza!”. “Non è il momento giusto per voi! Aprite la porta di casa e imparate ad accogliere chi ha bisogno!” . I due, tristi, ma fiduciosi nell’amico, si coinvolgono nella vita che c’è intorno a loro, aiutano ragazzi a studiare, ospitano persone che hanno parenti ricoverati in ospedale, in casa loro. Aprono il cuore. Non sono più ripiegati sul loro dolore, ma vivono e sperimentano che esiste un modo di essere madre e padre di tutti quelli che incontrano! Finché tornano dal loro amico, raccontano quel che hanno vissuto e lui dice loro che sono pronti per adottare un bimbo!
    E ora la donna che sta scrivendo e quella bimba che è in lei, pensa a quante volte (da quando ne ha coscienza) ha chiesto al Cielo perché mai sia stata lasciata sola, in quell’ospedale quando è nata…e chissà che bella che era sua madre e chissà cosa le piaceva fare. E chissà cosa ha provato quando quella bimba scalciava nella sua pancia! Perché quella sensazione che quando sei nata, per sfortunate circostanze, non sei potuta stare tra le braccia di tua madre e tuo padre ha scelto di lasciarti nelle mani delle ostetriche (forse per salvarti la vita!) nessuno e dico nessuno può toglierla di dosso. Rimane, anche se sembra che è superata lei torna, quando meno te lo aspetti, torna a farti compagnia. E neanche l’amore di una mamma ed un papà adottivi meravigliosi possono colmare quel piccolo, fragile senso di abbandono che hai dentro. L’adozione non è un gioco a chi salva un bimbo povero! È roba seria. La figlia adottiva che è in me si chiede: ma se per me è una ferita la mia storia così com’è andata, per quei bimbi che vengono da madri che hanno prestato il loro grembo x crescerli e poi li hanno dovuti lasciare nelle braccia di altri genitori (sulla quale capacità di amare o orientamento sessuale non voglio esprimere giudizi ora) che roba potrebbe essere? Perché cari genitori adottivi o quasi si può non dire la verità ad un figlio adottato, poi se magari è del tuo stesso colore di pelle, te la cavi che ti assomiglia pure, ma in quel figlio ci sarà sempre e dico sempre qualcosa di strano. Un piccolo tarlo, un tassello che non combacerá mai…e quella ferita tornerà a galla. La ferita di non poter essere stato anche solo per 5 minuti in braccio alla donna che ti ha tenuto nel grembo e non aver potuto sentire vicino a te quel battito del suo cuore che ha scandito il tempo per nove mesi. Lo chiamano utero in affitto perché forse madre in affitto faceva brutto o forse perché vogliono creare una certa surreale distanza tra madre e figlio. Ovviamente a parole perché nella realtà dei fatti questo legame determinerà per sempre la vita e la storia di ognuno di noi!”.

  2. Luigi
    17 marzo 2016
    Reply

    Ma come fai a scrivere certe cose? Da te non me lo sarei mai aspettato! Kung Fu Panda è della Dreamworks non della Disney! 😜 A parte questo sei un grande! È spaventoso come la gente strumentalizzi certi messaggi che pure sono ben sviluppati nella storia di Po: non il sacrificio d’amore di una madre per salvare il proprio bambino, non la metafora di chi fugge da guerre e morte, non l’altruismo disinteressato di chi apre le porte della propria casa e della propria vita ad una creatura innocente. No, il punto sono i due papà… Ma che andassero a fancu…ng fu!

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