La dieta?! Che incubo!

Sono una donna magra di natura, una fortuna invidiata da molte, una bazza, direbbe qualcuna. Beh, la bazza è finita: sono appena uscita da una visita dal dietologo con mia figlia.
Sì perché quando pensiamo di aver scampato una sventura e ci stiamo già fregando le mani per la soddisfazione, ecco che il destino (chiamiamolo così) decide di metterci i bastoni tra le ruote e farci capitombolare a terra.


Infatti è stato sicuramente il destino duro e crudele ad affidarmi una figlia che ama il cibo molto più di me e che non rifiuta mai una pietanza; certo il destino è stato vigorosamente aiutato in questo da nonni premurosi che manifestano l’affetto in cucina e da una madre per niente avvezza all’arte culinaria che compensa le mancanze con merendine.
Ma il punto non è quanto io sia colpevole del sovrappeso di mia figlia (ed è ovvio che lo sono, in quanto madre sono colpevole di tutto, anche della pioggia), il punto è che non ero preparata a questa evenienza. Ero pronta all’acne giovanile, alle cotte per i ragazzi, alle derisioni dei compagni, ai problemi di abbigliamento e acconciatura… ma alla dieta no, proprio no.

La dietologa, manco a dirlo secca come un chiodo e con pettinatura alla Einstein, ci ha accolte con un freddo sorriso di circostanza, ci ha fatto sedere nell’ambulatorio e poi ha cominciato con una raffica di domande inquisitorie e particolareggiate sulle abitudini alimentari di mia figlia (cosa mangia per merenda dalla nonna?), l’andamento del peso e dell’altezza nel tempo (che ne so di quanto pesava un anno fa?), le attività sportive e simili che fa (come, solo basket una volta a settimana?). E perché è venuta qui, cosa si aspetta di ottenere, cosa le ha detto la pediatra, cosa ha fatto fino ad ora?
Mentre cercavo di trovare in qualche angolino della mia memoria l’ultimo peso annotato nel libretto pediatrico, quando a stento ricordavo il nome della pediatra, e cercavo di inventare con plausibilità le risposte a tutte le altre domande, mi facevo piccola piccola accanto al corpo forte e possente della mia bambina, come se lei avesse potuto proteggermi da quella gragnuola impietosa di colpi. Ogni tanto mi giravo verso di lei, come a chiederle conferma che quello che stavo dicendo aveva un senso, mentre lei mi guardava con una faccia un po’ smarrita, come se stesse pensando assolutamente a tutt’altro.

Ad un certo punto la dottoressa Einstein mi ha redarguito senza mezzi termini, intimandomi di lasciar stare la piccola: la faccenda era solo tra noi adulti, ha detto. I bambini non fanno la dieta, la fanno i genitori.

Premetto che io peso poco più di 50 kg per 1m 68, ho la pressione bassa e mangio ogni mezz’ora per non cadere a terra, a causa del mio metabolismo isterico. La parola “dieta” evoca in me assurde abbuffate imposte dai genitori per cercare di mettere su qualche chilo, e quelle mangiate per le feste comandate dove di continuo ripassano con il piatto da portata a chiedere se ne vuoi ancora, ma come non ne vuoi più, su devi mangiare ancora, magra come sei.

L’amabile dietologa a questo punto si è rivolta a mia figlia sentenziando: tu devi allenare la mamma! Guarda che braccina secche, che gambette striminzite! Questa mamma deve mettere su i muscoli e tu la devi aiutare. Da domani, un quarto d’ora di corsa tutti i giorni!
Poi ha spedito la figlia a fare dei test di resistenza, e ha riattaccato con me con la santa inquisizione: come la trattano i compagni a scuola, come la trattiamo a casa, quanta televisione guarda, se gioca al pc per più di un’ora al giorno, quanti amici ha, perché fa sport solo una volta alla settimana…
Sottinteso, ovviamente, madre snaturata che trascuri tua figlia e non sai tutte queste cose di lei, cosa pretendi di fare?

La visita si è conclusa con la consegna di un libro da leggere e un appuntamento per il prossimo mese, nessun’altra indicazione operativa, solo tanti tanti sensi di colpa rovesciati addosso senza ritegno.
Tornata a casa ho ispezionato sconsolata la credenza, piena di merendine confezionate, creckers e patatine, tutta roba da colesterolo a mille e ho pensato a quante ore avrei impiegato per cucinare qualcosa di sano al posto di tutta quella porcheria. Ho pensato anche a dove avrei trovato il tempo per allenarmi con mia figlia o per passare più pomeriggi con lei invece di lasciarla dai nonni a bighellonare davanti alla tv oziosamente.

Ho pensato che mi pareva di fare già del mio meglio, ma questo non era abbastanza, evidentemente.

Ai genitori si chiede di più, più di quello che vogliono dare, più di quello che sanno dare. Devono andare oltre se stessi, usare un tempo che non hanno ed una forza che non possiedono per dare ai figli tutto di sé. Anche papa Francesco ha detto che nessun sacrificio è troppo grande per il bene di un bambino, riferendosi a difficoltà ben più gravi dell’organizzazione di una dieta in famiglia.

Sacrificio: questa parola è orribile, suona stridula e dura, con quel suono cr che evoca il rumore della ghiaia sotto i piedi, orribile soprattutto nel suo significato. Tanti genitori sono protesi verso i figli nel tentativo di proteggerli da ogni difficoltà, sostenerli, renderli felici e questa azione continua e faticosa ha però un contraccambio immediato: anche il genitore in fin dei conti prova una grande soddisfazione a spendersi per un figlio,un po’ perché si immedesima in lui, o perché ritiene una vittoria personale ogni vittoria del figlio, in quel meccanismo naturale di proiezione di sé su di lui, o semplicemente perché evitare un dolore a qualcuno è bello, ci consola.

Ma ci sono sofferenze da cui non possiamo difenderli, sia perché non è in nostro potere, sia perchè non è giusto che lo facciamo, non è il loro bene. Siamo spesso impregnati di relativismo quotidiano, cerchiamo il nostro bene immediato con la lente di ingrandimento puntata solo sul metro quadrato di prato sotto i nostri piedi, ci preoccupiamo semplicemente di evitare gli ostacoli, vivendo in difesa. Invece dobbiamo imparare ad alzare lo sguardo ogni tanto e vedere le cose in una prospettiva più ampia, soprattutto più a lungo termine, perché dopo il nostro oggi, ci sarà anche un domani. Gli ostacoli a volte bisogna saperli prevedere, prendere la rincorsa e saltarli, con l’energia e la motivazione giuste.

Molto più facile a dirsi che a farsi e in questo guardare avanti io mi smarrisco tragicamente: ecco già vedo la difficoltà di andare a correre in un giorno di pioggia, o sotto il sole di agosto a 35 gradi, o con il freddo invernale; già vedo quella maledetta fetta di torta offerta per il compleanno di un amico, a vanificare una settimana di allenamento; vedo le resistenze che opporranno i nonni ad ogni modifica del loro stile affettivo-culinario; vedo la fatica di cucinare qualcosa di buono e leggero, che piaccia almeno a tre persone su cinque della famiglia; vedo la frustrazione di non cambiare niente o di cambiare troppo lentamente; vedo su tutto il fallimento in agguato, il mio fallimento come accompagnatrice costante e perseverante di questo percorso e il fallimento suo, che da bambina sovrappeso si trasformerà in un’adolescente obesa ed emarginata.

Riabbasso lo sguardo smarrita e vorrei dire a mia figlia: vai avanti tu, che io ti seguo. Ma no, qui la dietologa spietata e sincera me l’ha detto chiaro: i bambini non imparano a superare le difficoltà ascoltando discorsi e leggendo manuali, ma imitando gli adulti che si fanno loro vicino, che condividono passo dopo passo il loro cammino. Devo andare avanti io e crederci fino in fondo. Devo credere che ce la posso fare a portarla sulle mie spalle, anche se pesa più di me ed io non mi reggo in piedi da sola, perché è la cosa giusta da fare e la Verità chiede disponibilità e fiducia, non lacrime e sangue. Sacrificio vuol dire letteralmente “rendere sacro”, cioè prendere qualcosa di poveramente umano e offrirlo a Dio, che ne farà qualcosa di grande.

Senza forze, senza grandi speranze, senza un piano credibile, rialzo lo sguardo e riprendo il cammino: dammi la mano, bimba mia, che andiamo a correre.

Trillian Written by:

Trillian è una giovane donna e una brillante astrofisica che Arthur Dent non riesce ad "abbordare" ad un party in un appartamento ad Islington. Arthur era sufficientemente certo che si trattasse di una giovane donna, ma all'epoca era totalmente ignaro delle sue nozioni accademiche. Trillian da l'impressione di essere timida e titubante e le fa piacere che chi le sta intorno lo creda, ma in fondo ha un profondo desiderio di fare qualcosa che salvi la galassia.

One Comment

  1. Beatrice
    7 giugno 2015
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    Mi piace quello che scrivi e il modo in cui esprimi dubbi, incertezze e paure. Se si parla di figli, poi…..
    È veramente facile trasmettere le nostre difficoltà di genitori sui nostri figli: sono così pronti ad assorbire tutto di noi. Quando invece magari noi pensiamo di trasmettere loro solo il “bello-buono-bravo” di noi, che ci prendano ad esempio perfetto.
    Ho tre figli, che hanno un fratello maggiore. Con il più grande, ultra ventenne, abbiamo vissuto un principio di anoressia. Ho passato messi a mettere in tavola pastasciutta condotta in tre modi diversi, verdure cotte, crude, fritte o scondite ad ogni pasto…..per sentirlo dire che gli era sufficiente un thè.
    Fino a che il mio secondo figlio (al tempo aveva cinque anni) una sera a cena se ne uscì dicendo che voleva solo latte e biscotti. È stata la famosa goccia. Sono iniziate le sedute dalla psicologa, per lui, per il padre e per la madre (io, in quanto “compagna del padre-terzo genitore” non ero ammessa alle sedute, ho dovuto arrangiarmi da sola).
    Mi sono ripromessa che mai, MAI, avrei fatto di nuovo questa esperienza con i suoi fratelli.
    …..mai dire mai….ahimè…..
    Mia figlia, diciassettenne, è bassa e cicciotella, e ne soffre. Serve dirle che è ugualmente molto bella???? Il secondo, quattordicenne, fa si e no un pasto al giorno (è un metro e ottantadue e non raggiunge i sessanta chili). Rimane il piccino……”che Dio c’è la mandi buona”.

    Da domani un quarto d’ora di corsa per tutti, vi faremo “compagnia” ovunque voi siate! 🙂

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